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Celebrazione del VII centenario della nascita di Dan

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Celebrazione del VII centenario della nascita di Dante Alighieri

Roma, 13 dicembre 1965

Accademia nazionale dei Lincei
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Dante Alighieri, -- 1265-1321 -- Anniversaries, etc.Anniversaries
Pagine
68
Pubblicazione
1965
Editore
Accademia nazionale dei Lincei
Lingua
Italiano

Descrizione

Giovangualberto Ceri Via F. Turati, 30 – 50136 FIRENZE – Italia e-mail: giovangualberto@tiscali.it tel. 055-560.40.82 cell. 333.396.1191 PUBBLICAZIONE in data 15 settembre 2009 sul BLOG di NUOVA AGENZIA RADICALE: Voci oltre il Tevere. Monsignor Enrico Bartoletti “beato”? a cura di MAURIZIO DI GIACOMO. Questa pubblicazione potrà essere scaricata anche da “GOOGLE”. THE NOBEL FOUNDATION, LITERATURE, E MONS. BARTOLETTI. SECONDA PARTE di DANTE NATO IL 2 GIUGNO 1265 E LA PROFEZIA DI MONS. ENRICO BARTOLETTI. Poco mi importerebbe che monsignor Enrico Bartoletti mi avesse profetizzato le scoperte su Dante che ho fatto, e su quale fosse l’autentica mentalità medievale, di cui ho già riferito nella PRIMA PARTE di questo mio intervento, se io queste stesse scoperte le avessi veramente fatte. Considerata la loro speciale importanza, a mio giudizio mi spetterebbe comunque che oggi qualcuno mi proponesse per il PREMIO NOBEL. Troppo? Oggettivamente sarebbe intanto più difficile che esistesse fra noi un Profeta, che qualcuno avesse fatto delle scoperte all’altezza di essere inviate al THE NOBEL FOUNDATION, LITERATURE, STOCKHOLM. Tutti gli anni ne vengono infatti inviate diverse. Comunque per me, le mie, sarebbero a questa altezza, e dunque non rimarrebbe altro, a questo punto, che vedere se fra noi fosse esistito, per l’appunto, anche qualcosa di ancor più raro, un Profeta, e che esso si fosse occupato di me. In tal caso verrebbero confermati entrambi, lo scopritore e il suo profeta. Ed è quello a cui aspiro. Verrebbe cioè confermato tutto il mio impianto spiritual-letterario, dove la componente letteraria l’avrei messa io, mentre quella spiritual-profetica lui. Avendo avuto il mio impegno la peculiarità di essere stato profetizzato, potrebbe conseguentemente contare un punto in più al fine di essere spedito a Stoccolma? Il mio modo di presentarmi avrebbe voluto essere paradossale, anche se invece verrà facilmente percepito come delirante. Però il mio amico monsignor Bartoletti, stimando l’amico suo futurista Giovanni Papini fondatore de “LACERBA” che si rifaceva a Cecco d’Ascoli, certamente non mi frenò nell’andare in questa direzione. Come mi sono ripromesso di fare nella PRIMA PARTE del Blog, a titolo di esempio del valore delle mie ricerche porterò la scoperta del giorno di nascita di Dante personaggio di cui Dante persona riferisce nella Commedia: nel canto XXII, vv. 110-117, del Paradiso. In base a queste terzine il Poeta risulta essere nato il Martedì 2 Giugno 1265, oggi festa di nascita anche della Repubblica Italiana. Il Poeta della Patria, Dante, sarebbe perciò nato, seguendo me, nello stesso giorno in cui che è nata la nostra patria repubblicana, la Repubblica Italiana. Potrebbe il fenomeno interessare il nostro gentilissimo Presidente della Repubblica Italiana On.le Giorgio Napolitano? Affronterò questa possibilità successivamente. L’evento potrebbe comunque felicemente e legittimamente coronare il prossimo futuro festeggiamento dei centocinquant’anni della nostra indipendenza: tanto i nostri patrioti del XIX secolo si rifecero a Dante per ottenerla. Una prova che monsignor Bartoletti mi profetizzò su Dante, oltre alla mia parola? Intanto bisognerà vedere se, di profezie, ne fece in giro anche altre, ad altri. Se ne fece, non si vede perché una non l’avrebbe potuta fare anche a me, suo grande amico, forse, scherzando, suo segretario in pectore quando fossi risultato all’altezza, nonché destinatario di diverse sue lettere autografe. Ciò premesso ricordo volentieri che monsignor Bartoletti, al fine che io tenessi sempre presente che lui mi aveva profetizzato, fra le altre scoperte, proprio quella del giorno di nascita di Dante personaggio, e volendo forse anche lui celebrarla anticipatamente con me, pensò un giorno di regalarmi, con dedica datata 3 giugno 1956, di Alfonso Gratry La sete e la sorgente. Mi disse assai emozionato, come se il fenomeno l’avesse sognato la notte precedente, di fronte a me stupito per la sua incomprensibile emozione, che del giorno 3 giugno non era sicuro. Ma io non ci credo. Lui scrisse 3 giugno poiché non voleva che i dantisti pensassero poi che la scoperta del 2 giugno me l’aveva suggerita lui. Se avesse scritto 2 giugno, invece che 3 giugno, non avrei infatti potuto oggi dire che era stata tutta farina del mio sacco. Se poi procediamo nei calcoli, iniziando liturgicamente il 3 giugno al tramonto del Sole del 2 giugno, e tramontando il Sole a Firenze il 2 giugno intorno alle ore venti, se consideriamo altresì che in base ai miei ragionamenti e controlli basati sul dialogo fra Dante e Brunetto Latini (Inf., XV, 49-60), Dante risulta essere nato alle 15h.39’ del 2/6/1265, l’eventuale errore di monsignor Bartoletti, rispetto a potermi indicare il 2 giugno, sarebbe stato liturgicamente di sole quattro ore e mezza circa. Siccome specificò meglio questa previsione nel 1956, e intercorrendo fra il 1956 e l’anno 1993, anno in cui io dichiarai pubblicamente di avere fatto questa scoperta (cfr. La Nazione della domenica 11 aprile 1993 in prima pagina; il Corriere della Sera del 13/4/1993; La Repubblica del 17/4/1993), trentasette anni, possiamo concludere che, come Profeta, monsignor Bartoletti fosse assai preciso anche rispetto ai contenuti delle sue profezie. Orbene questa scoperta del 2 giugno, analogamente a tutte le altre, sarebbe in grado di far cambiare in meglio l’attuale approccio esegetico-letterario, cioè quello che studia la nostra cultura classica e medievale fino a Dante, permettendo di poter integrare la tradizionale analisi storica e la comune filologia, con il padroneggiamento delle scienze di allora. Sarà vero? Per monsignor Bartoletti il mio impegno di lavoro sarebbe stato eccezionale e meraviglioso anche per la Chiesa poiché avrebbe in fine rilanciato oggi la Liturgia cristiana, o la sacra Teologia liturgica, come la chiama Dante o l’avrebbe potuta chiamare, dopo aver posto tale scienza medievale nel decimo e più alto dei cieli, l’Empireo “che pien(o) è di tutta pace” (Convivio, II, XIV, 19). Tuttavia se monsignor Bartoletti non fosse stato, poniamo, un vero profeta, sia pur volendo profetizzare, in tal caso avrebbe potuto anche sbagliarsi. Per me, non essendosi sbagliato, poiché io tali scoperte le ho effettivamente fatte, lui risulta dunque un Profeta. Però chi sa se nell’aldilà possiamo gioire della dignità e stima che ci siamo guadagnati in questo feroce aldiqua. I classici pagani e la tradizione cristiana direbbero di sì. Chi mi desse ragione su monsignor Bartoletti Profeta lo potrebbe dunque fare nel mondo dilà ancor più felice, per non dire che potrebbe riceverne grazie maggiori. Le mie scoperte possono fare aprire davanti agli occhi un nuovo e più autentico modo di vivere culturalmente questo mondo moderno, poiché noi viviamo, lo sappiamo, anche ripensando al passato per rielaborarlo, specialmente se di esso riusciamo ad afferrarne l’autenticità. Esse riguarderebbero il passato, ma ci farebbero vivere nel presente più profondamente. Questo perché il nostro futuro artistico-letterario, presentandosi spesso anche quale rivisitazione e approfondimento di ciò che è stato pensato, quando quest’ultimo non lo padroneggiassimo sufficientemente, potremmo andare incontro al nostro stesso futuro muoverci con lentezza e rischiando di ripetere i sacrifici e le sofferenze degli avi. I miei lavori, potendo contribuire ad evitare l’increscioso episodio poiché del passato pretendono di avere una percezione migliore, almeno per il caso di cui si occupano troverebbero un motivo in più per venire letti e apprezzati: per non fare ripetere le vecchie esperienze. In sintesi le mie scoperte su Dante e sul medioevo, risultando soprattutto astrologico-esoterico-liturgiche, in concreto eviterebbero di far compiere all’Umanità futura il doloroso sforzo di arrivare a capire, ex-novo, l’importanza dell’astrologia, dell’esoterismo e della liturgia cristiana, a condizione, ovviamente, che tali materie possano avere anche nel cammino da venire della stessa Umanità un ruolo culturalmente decisivo e necessario. Ma chi potrebbe oggi escluderlo a priori, se esse stesse l’hanno già avuto con solennità nel passato, e soprattutto in Dante e la sua epoca? Gli antichi si sarebbero così fortemente illusi? Cautelativamente, o prudentemente, dovremmo perciò dargli un po’ di credito e, per questo, si continui a leggermi. Io non sono un romanziere, né un poeta moderno, però la chiave scientifica di lettura che offro agli esegeti e ai comuni lettori per affrontare Dante, quando poi con essa andranno a rivisitarlo, permetterà loro di fare un’esperienza non inferiore, per intensità, a quella della lettura di un’ottima opera letteraria moderna, e quindi di provare intimamente un’emozione poetica nuova, sorprendente, profonda ed autentica. Con una differenza: dovranno durare più fatica ed essere interiormente attenti. Questo, purtroppo, è il punto derimente, e anche un poco imbarazzante per me che lo faccio notare, potendo gli altri dedurre di essere stati da me stesso accusati di svogliataggine e di leggerezza. Sarebbe comunque chiedere troppo, se chiedessi loro di impegnarsi maggiormente nel padroneggiamento delle scienze delle epoche che studiano e di cui vogliono riferire? Una domanda. Sarà stato allora solo per la maggiore flessibilità richiesta e la troppa fatica che si prospettava all’Accademia nel seguirmi, che essa stessa ha disatteso le mie ricerche, conseguentemente inibendo al pubblico dei lettori di fare l’esperienza letteraria a cui ho accennato? Questo perché il pubblico può non vedere quello che sta succedendo nelle analisi filologiche quando mancasse loro quell’accreditamento di cui il pubblico stesso ha culturalmente bisogno prima di ricercare e di impegnarsi a leggere. Per la mentalità del Bartoletti e per quella di uno dei suoi maestri, ALFONSO GRATRY, sarebbe stato d’altronde logico e naturale, che se uno avesse fatto delle decisive e rivoluzionaria scoperte, tipo la mie, e perciò importantissime ed inattese, in grado cioè di invalidare lo STATUS QUO, poi ben difficilmente avrebbe trovato in vita sua qualcuno importante disposto a riconoscergliele, a farle valere. E non solo perché non avrà voluto scomodarsi impegnandosi in questioni non sue. Infatti la spiegazione ontologica di un tale disinteresse verso i lavori che obbligano ad interrogarsi sulla verità potrebbe avere implicazioni fenomenologico-trascendentali, o di ordine spirituale, volendole trovare, assai pesanti. Omettiamo. Se tutto fosse facile, dicevano il Gratry e il Bartoletti, perché saremmo qui ad aspettare il giorno della discesa dal cielo della Nuova Gerusalemme Terrestre, o quello in cui vedremo sorgere le torri de la Novella Troia? Che sono torri, tanto inneggianti alla ricerca della verità in ogni campo, quanto, dopo averla trovata, inclinanti a poterne fare gioire insieme, essendo assente, entro le sue mura, l’invidia. C’è in queste torri un rilancio dell’idea di COMUNIONE che, avendo le sue radici nell’attività di ricerca della verità in ogni campo, farebbe della stessa Novella Troia una città di cittadini (Prophetas, et Sapientes, et Scribas – cfr. liturgia del 26 dicembre, festa di santo Stefano protomartire), cioè di profeti, di artisti, di filosofi, di intellettuali, di poeti e più in generale di innamorati di tutto quanto è degno di amore, in grado di poter rendere grazie a Dio della loro esistenza in terra come vorranno, cioè senza forme prescritte, come già era previsto dalla antica dottrina della Didaché tanto cara a monsignor Bartoletti. Dunque in riferimento alla Novella Troia si sarebbe trattato, per lo stesso Bartoletti, di una città antiborghese, nel senso più profondo e cristiano del te

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